Sentieri d'inchiostro

scritto da Rubrus
Scritto Ieri • Pubblicato 7 ore fa • Revisionato 5 ore fa
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Testo: Sentieri d'inchiostro
di Rubrus

In giro vedo tanti corsi di scrittura. 
Ora - tranne in un caso che dirò - in essi non c'è nulla di sbagliato e potenzialmente nulla di giusto; se si fa la media dei suggerimenti proposti si trovano uno o più "minimo comune denominatore" che, se non altro per una semplice ragione statistica, ha buone possibilità di riuscire davvero a rendere migliore il modo di scrivere - e per "migliore" intendo quello che meglio trasmette ciò che lo scrivente ha in testa. Difatti, quello è, il più delle volte, il problema: trasferire su carta o schermo quello che si ha o si crede di avere in mente. 
Queste scuole o corsi o podcast sono sostanzialmente il sintomo del passaggio dall'approccio tradizionale ed europeo alla scrittura (si scrive apprendendo dalle letture) a quello americano (si scrive apprendendo delle tecniche).
Potrei aggiungere che potrei parlare del passaggio da un approccio artistico / artigianale a un approccio  tecnico  / industriale: forse potrei persino malignare un po' dicendo che, siccome (e con l'IA la situazione non potrà che peggiorare) molte case editrici fanno a meno di correttori di bozze ed editor (che non sono critici in senso proprio: non scordiamolo mai) o, peggio, li pagano poco, costoro devono comunque darsi da fare aliunde... e che il più delle volte lo fanno in buona ed anzi ottima fede.
Potrei fare tutto questo, ma finirei fuori strada.
Perchè la cosa importante è un'altra. 
Non esiste "IL" modo di scrivere migliore. 
Esiste il modo di scrivere più adatto a uno o più categorie di scriventi in rapporto a un determinato tipo di testo o categorie di testi. 
Lo "sbaglio" cui accennavo sopra è proprio questo: si presenta uno modo di scrittura, o stile, come se fosse il grimaldello universale della scrittura (se mai esistesse un grimaldello di questo tipo sciveremmo, da sempre, sempre nello stesso modo: persino i geroglifici sarebbero scritti così). 
Essendo il  momento di parlare dell'elefante nella stanza, dico subito che capita di imbattersi in corsi di scrittura (o podcast o manuali) che dicono che l'unica vera scrittura è la scrittura immersiva.
Ora.
E' vero che personalmente la trovo ributtante (ma dico "ributtante" solo per toccarla piano), ma, al di là del (dis)gusto personale, credo che sia oggettivo che
1) ad alcuni possa piacere e ad altri no,
2) che grazie al cielo e finchè non ci lasceremo lobotomizzare da internet siamo tutti diversi e quindi tutti pensiamo in modo diverso e quindi - al di là delle regole per rendere il testo intelleggibile all'interlocutore, regole che però sono una cosa diversa dallo stile - scriviamo in modo diverso.
Non solo.
La stessa scena può essere scritta in modi differenti alcuni dei quali più adatti - e torno sul concetto di relatività - ad esprimere meglio l'idea che avevamo in mente prima di mettere in moto le dita. 
A maggior ragione ciò vale quanto al modo in cui nasce e si costruisce una storia.   
Le scuole di cui sopra distingono tra scrittori plotster - che scrivono avendo come base la trama - e pantster - che scrivono avendo come base il personaggio.
Nessuno dei due scrive per definizione robaccia, ma, ancora una volta, sono due macroaree, o forse meglio ancora due macrotecniche, di scrittura in mezzo alle quali si trova un'ampia zona in cui sunt leones
A prescindere da quanto sopra, che può essere  opinabile, sono due sistemi egualmente validi, ma non potrete mai trasformare un tipo di scittore in un altro senza ammazzarlo artisticamente. 
Allo stesso modo, se applicate le tecniche di scrittura di un certo tipo - per esempio la scrittura immersiva che secondo me sarebbe meglio dire disintermediata, che dunque non poteva che nascere oggi, che perciò è alienata e alienante e che comunque non va bene sempre ed è impossibile da applicare nelle sue versioni integrali - a qualcuno che non le sente come proprie, vuol dire farlo smettere di scrivere... oddio... ora che ci penso potrebbe proprio quello il vero obbiettivo dei talebani della scrittura immersiva: con tutta la concorrenza che c'è in giro... ma è una guerra tra sottoproletari della tastiera.
Torno però a "come si scrive una storia". 
Be', non lo so.      
Io so - ma vale per me e quindi non è detto che valga per altri: se so come inizia e come va a finire, allora la storia la scrivo, altrimenti è estremamente improbabile che ci riesca. Quello che c'è in mezzo sono alcune scene fisse, ma quello che non ho ancora chiaro quando mi metto a scrivere è il percorso che le collega.  
Provo a spiegarmi con un esempio: è come se abbandonassi i miei personaggi (uno o tanti) al limitare di una foresta, di notte. Devono attraversarla e sanno che, dalla parte opposta, c'è l'uscita. Il percorso è buio e intricato, ma, per fortuna, qualcuno ha messo dei sassolini bianchi lungo il sentiero. Alcuni sono difficili da vedere, altri chiari ed evidenti, alcuni fanno seguire un percorso, altri un altro - e a volte non è facile capire quale sia il più agevole;   alcune pietruzze portano fuori strada ed altre ancora svaniscono perchè, proprio in quel momento, le nuvole hanno oscurato la debole luce lunare. Come in ogni bosco che si rispetti, da qualche parte c'è un lupo. Raramente, ma qualche volta succede, gli gnomi sono pietosi e, quando uno non se l'aspetta, mettono un cartello con scritto "per di qua". I personaggi non hanno altra soluzione o alternativa che camminare e, con un po' di abilità e di fortuna, magari, se trovano il primo sassolino (o il secondo, o il quinto), più avanti scorgono i successivi che, all'inizio del cammino, disperavano di trovare. Se pretendono di conoscere tutto il percorso prima di partire, non partiranno mai - grazie al cielo, nel regno della fantasia non c'è satellite o GPS che tenga: al massimo qualche bussola e qualche vecchia pergamena. Se, al contrario, partono confidando nella buona sorte, facilmente il lupo se li mangerà.  

Sentieri d'inchiostro testo di Rubrus
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